29 Ottobre 2009

LETTERA APERTA A CIRRI E SOLIBELLO DI CATERPILLAR

Carissimi Cirri e Solibello,
sono un’amica che vi segue da molti anni…anzi moltissimi anni….
so anche che il trentino vi piace particolarmente, o almeno lo credo perche’ ne parlate spesso.

da poco trasferita a Trento, citta’ nella quale ho riseduto da piccola essendo nata in trentino (montagna)
e che cosa mi ti trovo????

tutta una battaglia da fare contro all’inceneritore… ne stanno facendo uno a Bolzano…50 km di distanza, stessa valle dell’Adige …stessa direttrice

insomma, diciamo che questo e’ un mio primo contatto con voi per sentire se e’ possibile fare qualcosa a livello di protesta, sarei iscritta all’IdV, ma questo non e’ un problema, nel senso che abbiamo votato contro, nonostante la coalizione ci veda affiancati al PD del Sindaco Andreatta…

c’e’ in atto una grossa protesta dei cittadini, ed insieme alla associazione NIMBI trentino
(vedi sito www.ecceterra.org) ci sara’ una manifestazione sabato alle 15 con partenza da piazza Dante…
a proposito …si’ proprio dove c’è quella terribile ….opera d’arte moderna…. glisson….
avremmo anche intenzione di formare un comitato…
infatti non si capisce perche’ se la cittadinanza e’ contro…l’inceneritore …s’ha da fare….comunque
se devono fare un project financing per questioni economiche, perche’ non lo si puo’ tramutare in un progetto diretto alla raccolta ed alla suddivisione dei rifiuti per il loro riciclaggio e smaltimento???

Vi ho sentito poche puntate fa, quando avete intervistato degli operai di una fabbrica in veneto, mi pare,
la quale fabbrica stava chiudendo per mancanza di soldi….ebbene…una catena di queste ditte???
invece che una catena di inceneritori???

tanto piu’ che il trentino, o meglio Trento è in testa in Italia per la raccolta differenziata e basterebbe continuare lo sforzo per un po’, invece cosi’ facendo si vanifica il lavoro fatto finora….
Siamo tutti molto avviliti.
Io ho sempre aderito alle vostre campagne:
Natale a Natale
M’illuminodimeno, e con questa avete ottenuto dei risultati strepitosi…

che dite….una mano?
non so proprio in che modo, ma bisogna opporsi ad oltranza, quindi qualsiasi idea va bene….

Un abbraccio con speranza….

20 Agosto 2009

Donne – Lavoro – Economia e Pari Opportunita’

Continuo il mio lavoro sulla ricerche di leggi, oppurtinita’, vantaggi (?!?) e protezioni di cui possono avvantaggiarsi le donne nella ricerca di un lavoro.

Sono graditi commenti e chiarificazioni.

DONNE – LAVORO – ECONOMIA E PARI OPPORTUNITA’

Leggi, raccomandazioni, interventi e stanziamenti finanziari riguardanti l’imprenditoria femminile e, più in generale, il lavoro femminile, rientrano nell’ambito delle pari opportunità tra uomini e donne, “Mainstreaming di Genere”, un principio la cui applicazione investe tutta l’Unione Europea, singoli Stati, Regioni ed Amministrazioni locali.
L’accesso al mondo del lavoro, la parità di trattamenti retributivi, il conferimento degli incarichi direttivi in tutta Europa è ostacolato per le donne, da molti fattori alla cui base è il mondo lavorativo che è “calibrato sulle esigenze maschili a scapito delle necessità della donna e della famiglia”. Allo scopo di livellare questo dislivello, da alcuni anni sono stati messi in atto strumenti normativi e finanziari onde favorire l’inserimento e la partecipazione della donna nel mercato del lavoro a tutti i livelli.
Il Consiglio Europeo ha adottato le Direttive 2000/43/CE e 2000/78/CE che forniscono il quadro generale per la parità di trattamento tra i sessi in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Ha quindi emanato la Direttiva 2002/73/CE in materia di trattamento tra uomini e donne che l’Italia ha recepito con il Decreto Legislativo n. 145 del 30/5/2005 (cfr. G.U. n.173 del 27/7/2005).
Tra gli innumerevoli organismi istituzionali da ricordare, all’interno del segretariato delle Nazioni Unite, la “Division for the Advancement of Women (DAW)”, che si occupa delle questioni di genere.
Nel 2008 è nata la “European Commission’s Network of women in decision-making in politics and economy”, per facilitare lo scambio di una buona prassi nei processi decisionali per il miglioramento della parità di genere, (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=en&catId=418).
Da citare inoltre l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=2&langId=en&acronym=contact );
mentre nella promozione dell’imprenditoria femminile gioca un ruolo importante la “Enterprise and Industry DG” della Commissione Europea (http://ec.europa.eu/enterprise/index_en.htm)
la quale cerca di creare ambienti favorevoli all’avvio ed alla crescita di imprese femminili.
Consulenza ed informazioni alle donne imprenditrici sono anche obiettivi della “Rete europea per promuovere l’imprenditoria femminile (WES)” (http://temi.provincia.milano.it/donne/osservatorio_imprenditoria/osservatorio_ar.php?info=50&cat=4&zona=EUROPA).
L’Unione Europea attraverso la “Comunicazione COM 2006 – Tabella di marcia per la parità fra le donne e gli uomini 2006-2010” ha individuato alcuni obiettivi da perseguire in tema di parità: indipendenza economica, equilibrio tra attività professionale e vita privata, rappresentanza nel processo decisionale, con non meno attenzione alla eliminazione delle forme di violenza fondate sul genere, e dei preconcetti e pregiudizi sessisti. Gli strumenti finanziari a supporto delle azioni programmate sono in “Progress 2007-2016” http://europa.eu/legislation_summaries/employment_and_social_policy/community_employment_policies/c11332_it.htm

Prendendo in considerazione l’Italia e la nostra Costituzione, la pari dignità ed uguaglianza di tutti i cittadini è già sancita negli articoli 3, 4, 29, 37 e 51.
La legge n.903 del 09/12/1977 sulla “Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro” sancisce l’uguaglianza e punisce le discriminazioni di genere; la legge n. 125 del 10/04/91 “Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro” e la più nota legge n. 215 del 25/02/92 “Azioni positive per l’imprenditoria femminile” si interessano prevalentemente alle donne.
Le direttive europee sono recepite, oltre al citato Decr.Legislativo N. 145, in altre fonti legislative nazionali e locali quali il Decreto legge n.198 del 11/4/2006 “Codice delle pari opportunità tra uomo e donna” che dedica il cap.V, art. 21 e 22, alla promozione dell’imprenditoria femminile disciplinando il “Comitato per l’imprenditoria femminile”, un organo interministeriale cui partecipano rappresentanti degli Istituti di credito, del commercio, della piccola industria, artigianato ecc.
Presso le Camere di Commercio sono poi istituiti dei “Comitati per la Promozione dell’Imprenditoria Femminile(http://www.unioncamere.eu/content/view/13/38/lang,it/).
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La moltitudine di leggi, decreti e raccomandazioni, sostenuta da relativi finanziamenti, unita ai molteplici Comitati promotori e Osservatori sorti a livello soprannazionale, statale e regionale, fino a livello locale, lascia intendere quanto sia ancora lontana la realizzazione di una vera parità tra i sessi.
La questione, infatti, non è tanto l’esistenza di leggi, ma la loro effettiva applicazione.
Pur vantando una normativa, nel complesso, non è inferiore a quella di altri Paesi europei, in Italia persiste una consuetudine quotidiana, un costume che ignora i cambiamenti dettati dalla legge, una deregulation che tiene in poco – o nessun – conto l’evoluzione della donna nella realtà odierna, riconosciuta, nell’ambito societario, da quelle stesse leggi.
Il principale nodo da sciogliere è culturale e risiede nel concetto tipicamente italiano di famiglia.
Deriva dai ruoli imposti nella vecchia, tradizionale “famiglia patriarcale” nella quale la donna è inserita in posizione ancora sottomessa all’uomo, padre o marito. All’uomo, la sfera pubblica, alla donna, la sfera privata, una sfera che tende ad isolarla dal mondo e la rende subalterna all’uomo.
In tempi più moderni, nel Ventennio, la filosofia non cambia: una serie di incentivi sociali ed economici a favore della famiglia numerosa, incoraggiano e sospingono la donna al ruolo di “madre”, produttrice di figli e dispensatrice di cure al marito ed agli anziani. Per non parlare, infine, della tradizione cattolico-cristiana che ancora oggi ritiene la donna colpevole della crisi della famiglia perché rifiuta il “suo ruolo tradizionale” nell’ambito della famiglia stessa.
La subalternità all’uomo, la cristiana sopportazione dei soprusi e delle violenze domestiche nonchè la devozione alla Chiesa non sembrano essere più moneta corrente.
La situazione in tutta Europa ed in molti settori è in evoluzione con rapidi mutamenti. Un sempre maggior numero di donne entra nel mercato del lavoro, una moltitudine che vanta una preparazione superiore a quella degli uomini ed un grado d’istruzione di base piu’ alto.
In Italia la situazione è in notevole ritardo rispetto al mondo industrializzato. Gli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona (2000) che impegnava l’Italia a raggiungere il 60% di occupazione femminile entro il 2010, è di la’ da venire: non si è neppure raggiunto l’obiettivo intermedio che era del 57% entro il 2005.
Rispetto all’Europa, quanto ad occupazione femminile, siamo al penultimo posto, superando solo Malta. Tra i paesi dell’OCSE, solo Messico e Turchia presentano tassi di occupazione femminile inferiori al nostro. Il nostro tasso medio, del 46,3%, è di undici punti inferiore alla media europea.
Eppure anche in Italia le donne mostrano livelli di istruzione superiori a quelli degli uomini: le laureate sono oltre il 57% contro il 43% dei laureati maschi; i loro voti sono più alti anche in facoltà tipicamente maschili, inoltre frequentano più corsi post-laurea dei colleghi maschi.
Dove finisce, dunque, questo potenziale di sviluppo e ricchezza?
Purtroppo in forme di lavoro atipiche, nel lavoro nero, nel precariato; per di più sottopagate rispetto agli uomini. Una ulteriore forma di discriminazione, questa, la cui conseguenza è l’aumento della femminilizzazione della povertà, da cui deriva una drastica e continua diminuzione della natalità.
E’ necessario intervenire non solo per un pur sano diritto di parità, me per una esigenza socio-economica che investe lo sviluppo del Paese.
E‘ opinione ormai ampiamente condivisa in tutto il mondo, tra economisti ed esperti del lavoro che le donne rappresentano una risorsa fondamentale per lo sviluppo economico di un paese. Scarsa produttività, carenza di profili professionali adeguati, aumento dell’invecchiamento della popolazione lavorativa possono essere combattuti incrementando l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Ed è altrettanto noto che, in quei paesi dell’OCSE che vedono una maggiore partecipazione femminile al lavoro, vi è un aumento della natalità.
La situazione italiana, anche in considerazione dell’attuale crisi economica, avrebbe molto da guadagnare nel favorire il lavoro femminile sostenendo, contemporaneamente, l’ascesa professionale delle donne.
Per raggiungere un qualche risultato non è però sufficiente mettere in campo politiche e strumenti istituzionali atti a valorizzare il potenziale femminile, se, contemporaneamente, non si agisce per una evoluzione culturale del paese:
- a livello sociale, per abbattere gli stereotipi di genere;
- familiare, per una equa condivisione del lavoro all’interno della famiglia;
- aziendale per l’abbattimento delle discriminazioni sul posto di lavoro.
Se l’occupazione femminile rappresenta un volano per far crescere il PIL, sbloccare la disoccupazione femminile attraverso politiche di sostegno alla donna ed alla famiglia, diventa il primo passo da affrontare. Non si tratta di valutare se le donne abbiano o meno voglia di lavorare, bensì mettere in campo politiche socio-economiche in grado di sollecitare l’occupazione tenendo presente che essa si riflette su tutta l’economia del Paese.
In molti paesi dell’OCSE, in alcune Regioni italiane ed in qualche azienda particolarmente sensibile, sono allo studio meccanismi a sostegno dell’occupazione femminile.
Le Aziende cosiddette Family-Friendly creano posizioni lavorative part-time o di telelavoro, forniscono l’asilo nido interno per lavoratrici mamme, concordano congedi parentali più ampi di quelli legali.
Potenziamento dell’assistenza sociale, soggiorni estivi, interventi di sostegno al reddito, asili nido e medicina preventiva, sono interventi delle Amministrazioni locali (Gender-Budgeting) che sostengono l’occupazione femminile. Così come politiche di defiscalizzazione per le nuove aziende rappresenterebbero valido incentivo all’imprenditoria femminile.

17 Agosto 2009

Meno tasse alle donne?

Meno tasse alle donne?

In un articolo del 18 aprile 2007, peraltro molto attuale, il Financial Times riprende un documento pubblicato dalla Harvard University in cui Alberto Alesina e Andrea Ichino, docenti di economia rispettivamente a Bologna e ad Harvard, spiegano che ridurre le tasse per le donne potrebbe ridurre le sproporzioni fiscali e di conseguenza far aumentare la partecipazione delle donne alla forza lavoro, compensando il carico della maternità che le donne devono sopportare, spesso penalizzante per la loro carriera.
Tale proposta è in linea con gli obiettivi comunitari dell’Agenda di Lisbona per l’occupazione femminile, in particolare nel Sud dell’Europa dove le donne tendono a stare più in casa. Ridurre il costo del lavoro per le donne sarebbe il miglior modo di realizzare questi obiettivi.

Tassare meno le donne ridurebbe il loro salario lordo e aumenterebbe il loro salario netto rendendo relativamente meno costoso il loro reclutamento (e la discriminazione diventerebbe più costosa). Uno stipendio netto più elevato consentirebbe alle donne di comprare a prezzi di mercato servizi di assistenza per i figli senza che questa misura abbia l’effetto di discriminare tra donne con o senza figli, effetto che invece si realizza con un sussidio ad esempio agli asili nido.

Questo trattamento differenziato sarebbe discriminatorio? La risposta degli autori è negativa: essi considerano che non ci sia niente di più ipocrita che un trattamento paritario quando esistono altre condizioni discriminatorie come un diverso trattamento nel mercato del lavoro o l’asimmetria nel carico del lavoro domestico. Gli autori concludono ricordando che anche gli uomini, che spesso condividono il loro stipendio con una donna, si avvantaggerebbero dalla misura.

Cosa ne pensi? Scrivici la tua opinione.

9 Agosto 2009

IL FAMILISMO ITALIANO

IL FAMILISMO ITALIANO

Il tanto decantato “ammortizzatore sociale” rappresentato, in Italia, dalla famiglia (tanto decantato dagli organi governativi impegnati a favorire i potentati economici più che ad aiutare i lavoratori), supplisce egregiamente all’assenza dello Stato, ma produce o meglio accentua, tanti problemi tipici italiani
Doversi rifugiare nell’ambito familiare come ultima spiaggia quando si è alle strette, poter contare solo sui parenti, e sulla rete dei familiari ed amici, rafforza sempre di più l’attaccamento alla propria famiglia e, contemporaneamente, accresce il distacco dalle responsabilità sociali.
Il massimo della solidarietà tra i membri della famiglia e del gruppo di appartenenza, coincide con il massimo del rifiuto della società civile.
Il fenomeno mafioso rappresenta la massima forma di realizzazione di questa condizione,
ma non da meno lo sono le degenerazioni rappresentate da corporazioni, albi professionali, ordini, caste chiuse che condizionano la nostra società.

Ma quale è la situazione della donna in questa famiglia?
Dalla notte dei tempi (…ma quanto tempo fa?) la donna era proprietà del padre, prima, e del marito, poi: non apparteneva che in minima parte a se stessa.
Fino a poco tempo addietro, la donna non aveva diritti civili: in Italia ha avuto il diritto al voto una sessantina di anni fa (2 giugno 1946); in Italia lo stupro non era considerato offesa alla persona, ma reato alla morale.
Più recentemente, e più subdolamente, la donna è stata idealizzata come “madre” o “angelo della casa”, in alternativa, “oggetto di desiderio sessuale”.
Fin dalla nascita la donna è soggetta a questi condizionamenti ancora esercitati, almeno su alcune parti del territorio, all’interno della famiglia, a partire dalla madre stessa, dal padre, dai parenti e dai coetanei (vedi la distinzione dei ruoli di gioco tra bambole e pistole).
Non deve, quindi, sorprendere che una buona parte delle donne non si sentano “mentalmente” libere, ma abbiano interiorizzato i ruoli imposti dalle relazioni familiari e le modalità di relazionarsi con gli uomini. Molte donne si sono purtroppo totalmente identificate in questi atteggiamenti e comportamenti, tanto da essere le prime a voler mantenere lo “status quo”.
La parità dei diritti, che sulla carta è stata conquistata dalla donna, ad oggi rimane irraggiungibile finché “solidarietà e responsabilità sociali” non prevarranno sul “familismo”.

10 Maggio 2009

Tagesmutter – Casa Bimbo

Nell’ambito della ricerca che sto facendo per poter focalizzare nuove possibilità di occupazione per le donne che non l’abbiano piu’ o che debbano reinserirsi nel mondo del lavoro, non trascurando pero’ anche le giovani, magari diplomate o laureate e che ancora non riescono a inseririrsi nel mondo del lavoro, sono venuta a conoscenza di questa “realta’” che si chiama “Tagesmutter” (perchè nasce in alto Adige) o “Casabimbo”.

Riporto la loro presentazione ed il link al sito per una migliore conoscenza di chi fosse interessato ad avere un contatto per iniziare una nuova attività.
Forniscono infatti il know-how per poter costituire altri centri simili, in collaborazione con la Società di Consulenza Open.
E’ una realtà ormai consolidata che puo’ interessare anche Comuni, Enti e Province, oltre che Industrie.

Sottilineo comunque che non è necessario partire “in grande”. Le cooperative si possono costituire a partire anche con solo 3 persone.
Oppure prendendo spunto da questa esperienza perchè non farlo anche da sole, partendo con una ditta individuale, se non trovate subito altre “amiche” cui possa piacere quest’idea. Secondo me …arriveranno presto!

Leggete …è molto interessante.

CASA BIMBO è una cooperativa sociale nata nel 1995, da una idea della attuale Presidente, la Signora Giuliana Boscheri e di un gruppo di donne, convinte che il lavoro femminile costituisca una risorsa per tutti quei bisogni che le persone esprimono e a cui le donne hanno sempre risposto in maniera volontaristica, a discapito della loro condizione lavorativa e della loro professionalità. Il nucleo iniziale della cooperativa, composto da tredici donne, propose un percorso formativo, delineando le competenze e l’identità di una nuova professione, quella dell’assistenza domiciliare all’infanzia – Tagesmutter fino ad allora poco valorizzata.

Così CASA BIMBO si è fatta promotrice di una proposta di legge in Alto Adige, che verrà approvata nel 1996 e che a tutt’oggi regolamenta il servizio Tagesmutter assistenti domiciliari all’infanzia.

CASA BIMBO, per prima in Italia, ha trasformato questo servizio in una viva realtà per le operatrici che vi lavorano e per i genitori che trovano risposta ai loro bisogni, risolvendo contemporaneamente due disagi sociali: una nuova modalità d’occupazione femminile a misura di donna, e in sintonia con la famiglia, e una soluzione ai bisogni delle famiglie in cui i genitori sono i veri protagonisti e non subiscono tempi e condizioni dettate da altri.

CASA BIMBO conta attualmente più di cento socie che operano in tutta la Provincia di Bolzano, lavorando in casa propria o in strutture gestite dalla cooperativa. Inoltre CASA BIMBO insieme alla società di consulenza OPEN offre ad altre Province, Comuni, Enti istituzionali, la possibilità di realizzare un analogo progetto.

per una visione completa del progetto vedete:

7 Maggio 2009

POTENZA DEL “MARKETING” E DEI MESSAGGI PUBBLICITARI

POTENZA DEL “MARKETING” E DEI MESSAGGI PUBBLICITARI

Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con
un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:

«Sono cieco, aiutatemi per favore»

Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo
alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi,
senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi
scrisse sopra un’altra frase.

Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo
cappello era pieno di monete e di banconote.

Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato
lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa
vi avesse annotato.

Il pubblicitario rispose: ‘Nulla che non sia vero, ho solamente
iscritto la tua frase in un altro modo’.

Sorrise e se ne andò.

Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era
scritto:

“Oggi è primavera e io non posso vederla”.

Morale.
Cambia la tua strategia quando le cose non vanno molto bene e vedrai
che poi andrà meglio.
cieco, non vedente,

7 Maggio 2009

DONNE-ZIMBABWE: Religione e povertà causa di matrimoni precoci – Phyllis Kachere

DONNE-ZIMBABWE: Religione e povertà causa di matrimoni precoci
Phyllis Kachere

HARARE, 10 aprile 2009 (IPS) – Mentre ogni mattina le sue coetanee si preparano per andare a scuola, Matipedza (non è il suo vero nome), 14 anni, del distretto di Marange nel Manicaland, prepara la colazione per il marito, di 67 anni.

Anche se il matrimonio non è celebrato formalmente, è riconosciuto come norma, e la giovane è destinata a lavorare in casa e ad avere presto dei figli.

“Non posso andare contro [il volere dei] miei, e lasciare mio marito per andare a scuola. E poi, se lo lascio, dove andrei? I miei genitori non mi accoglierebbero certo a braccia aperte”, spiega Matipedza.

Il suo caso non è il solo: migliaia di bambine della provincia orientale di Manicaland vivono un simile calvario: la loro educazione si interrompe a causa del matrimonio precoce, spesso poligamo.

La maggior parte delle giovani in età scolare di Marange, alcune addirittura di dieci anni, sono state sposate dalla chiesa apostolica di Johanne Marange, che professa la poligamia. Quasi tutti i matrimoni vengono organizzati tra uomini adulti, spesso anziani, e giovani minorenni.

Nonostante la recente Legge contro la violenza domestica che vieta il matrimonio con i minori – l’età del consenso sessuale in Zimabwe è 16 anni – è difficile fermare queste pratiche, visto il carattere riservatissimo delle attività della setta.

Nei casi di matrimonio precoce, le giovani sono più esposte a rischi di complicazioni durante il parto, e persino alla morte, ha rivelato un recente studio dell’Ong di Harare Donne e diritti in Africa australe (WLSA, dall’acronimo inglese).

Dallo studio de WLSA è poi emerso che queste giovani sono più soggette ai tumori dell’utero, e a traumi psicologici per le tensioni sociali derivanti dal far parte di un matrimonio poligamo.

I risultati del rapporto hanno costretto le autorità dello Zimbabwe ad impegnarsi per mettere fine alla pratica, che ha costretto migliaia di ragazze dei distretti di Marange, Odzi e Buhera, nel Manicaland, ad abbandonare la scuola.

Secondo le ultime statistiche disponibili del ministero di Educazione, Sport e Cultura, su 10mila giovani iscritte al primo anno scolastico nel distretto di Marange nel 2000, solo un terzo ha completato il quarto anno di istruzione di base nel 2003.

“La grande maggioranza di chi abbandona la scuola lo fa per sposarsi, mentre solo una minima parte lascia per l’impossibilità di pagare l’iscrizione e le tasse scolastiche”, ha dichiarato un alto funzionario del distretto, che ha chiesto di rimanere anonimo.

In gran parte, le giovani abbandonano la scuola a luglio, mese della Pasqua per la Chiesa apostolica Johanne Marange: un’occasione di festività religiosa per celebrare il matrimonio.

Gideon Mombeshora, membro della setta, ha spiegato che quasi tutti gli uomini della chiesa preferiscono sposare giovani minorenni perché è più facile controllarle. “La maggioranza vuole sposare una donna docile. Più giovane è la moglie, più è facile per l’uomo dominarla”, osserva.

“Anche se il matrimonio tra adulti anziani e ragazze minorenni non è previsto dallo statuto della chiesa, si tratta di una pratica profondamente radicata nel nostro sistema di credenze”, ha spiegato Mombeshora.

Il matrimonio precoce è un male sociale che minaccia ogni tentativo del governo di raggiungimento dell’educazione primaria universale, uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite: e soprattutto per le bambine, che continuano ad abbandonare gli studi, ha segnalato l’ex senatrice Sheila Mahere.

Questa pratica “mette a rischio lo sviluppo economico nazionale, visto che bambine brillanti e intelligenti sono costrette a lasciare la scuola per diventare manodopera a basso costo per la casa”, sostiene Mahere. “Quasi tutte diventano lavoratrici agricole nei terreni dei loro mariti”.

L’Unione per lo sviluppo delle Chiese apostoliche dello Zimbabwe, che riunisce 160 sette apostoliche del paese, cerca di mettere in guardia i leader della chiesa sui pericoli del matrimonio precoce, ma questa posizione si scontra con una fortissima resistenza a livello locale.

“La polizia continua a chiudere un occhio di fronte a questi crimini”, spiega il responsabile di programma dell’Unione Edson Tsvakai. “A volte denunciamo alcuni dei nostri membri alla polizia, ma di rado le accuse vengono prese seriamente, in parte perché alcuni leader della setta hanno stretti legami con le autorità”.

Nel 2007, l’organizzazione non governativa di Harare Girl Child Network riuscì a salvare una bambina di 11 anni che era stata data in moglie ad un uomo di 44, a Buhara. L’uomo fu condannato a sei mesi di carcere. Ma poco dopo, le autorità sospesero la sentenza, e la bambina fu costretta a rifugiarsi in un posto sicuro, poiché l’uomo continuava a pretendere di tenerla come moglie.

Caroline Nyamayemombe, funzionaria del fondo Onu per la popolazione (Unfpa) ad Harare, ha confermato che secondo i suoi studi, le gravidanze di adolescenti sono in aumento in Zimbabwe, e una delle cause principali di mortalità materna.

“Le giovani vengono date in moglie a uomini spesso più anziani del loro stesso padre, e questo scenario ha contribuito moltissimo al problema delle complicazioni durante la gravidanza. Queste pratiche nocive dilagano in alcuni distretti del paese”, ha segnalato.

È la povertà, oltre alla religione, a spiegare il fenomeno: l’80 per cento delle adolescenti incinte provengono da famiglie povere, secondo i dati dell’Unfpa.

“Le adolescenti incinte hanno più probabilità di abbandonare la scuola, compromettendo così la loro futura capacità di guadagno e quindi la possibilità di uscire dalla povertà”, ha aggiunto Nyamayemombe. (FINE/2009)

29 Aprile 2009

L’Anticasta: VIAGGIO NELL’ITALIA CHE FUNZIONA

http://www.youtube.com/watch?v=ruSsOCfVWZg

L’Anticasta: VIAGGIO NELL’ITALIA CHE FUNZIONA

Grazie allo straordinario lavoro di FLATMIND Video Production, è ora disponibile il trailer del video “Viaggio nell’Italia dei Comuni a 5 stelle” promosso dall’Associazione dei Comuni Virtuosi e edito dalla EMI, che è uscito in allegato al libro “L’ANTICASTA”.

Questo VIDEO-INCHIESTA racconta un appassionante viaggio nei Comuni dell’Italia a 5 stelle, alla scoperta di persone e progetti che se non fossero veri sembrerebbero incredibili. Uno schiaffo all’immobilismo della politica e agli sprechi della CASTA, l’esempio concreto che un altro modo di fare politica non solo è possibile, ma si sta già facendo.

Realtà straordinarie dal punto di vista del risparmio energetico e economico, della mobilità sostenibile, della produzione di energia da fonti rinnovabili, della gestione dei rifiuti, dell’acqua e del territorio… Successi indiscutibili che mostrano la concretezza di scelte alternative divenute possibili attraverso un grande coinvolgimento della popolazione, chiamata a partecipare attivamente alle decisioni che riguardano l’intera comunità. Migliaia di cittadini impegnati nella costruzione di un domani migliore.

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I NOSTRI APPUNTAMENTI
“Dal sogno al progetto”
Bergamo, mercoledì 29 aprile 2009, ore 21.00 – Caffè Letterario di Via San Bernardino

In Lombardia vengono urbanizzati 13,6 ettari al giorno a discapito delle aree verdi, pari a 5000 ettari l’anno. E’ come se si costruisse, ex novo, ogni anno una città come Brescia. Parte da questi dati allarmanti l’incontro di mercoledì 29 aprile, a partire dalle ore 21.00, presso il Caffè Letterario di Via San Bernardino a Bergamo, intitolato: “Dal sogno al progetto”, e promosso dalla Lista Civica “Bergamo a 5 stelle”. All’incontro partecipano Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e Assessore del Comune di Colorno (PR), e Domenico Finiguerra, sindaco del Comune di Cassinetta di Lugagnano (MI).

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“Quale partecipazione per l’AltrEconomia?”
Verona, giovedì 30 aprile 2009, ore 10.00 – Università, Dipartimento di Scienze del Servizio Sociale

Il ciclo di tre seminari Lavorare e Partecipare in un’AltraEconomia prende lo spunto dalla diffusione di esperienze alternative rispetto all’economia tradizionale, che si vanno diffondendo sul territorio e che costituiscono una realtà con un valore economico e simbolico significativo.

Progressivamente assistiamo, infatti, alla sperimentazione di modalità di agire economico che prendono le distanze dalle forme tradizionali di economia, per avvicinarsi a un modo di intendere ed agire l’economico integrato con il territorio e riconducibile a forme di relazionalità non riferibili alla ragione strumentale.

Molte le domande che il gruppo di lavoro che ha ideato e organizzato i seminari porterà nel corso degli incontri: quali sono le specificità di un’economia “altra”? Quali relazioni intercorrono fra le diverse forme di economia? Quali lavori sono possibili in una prospettiva di “altra” economia? Quali nuovi significati possono assumere l’economia e il lavoro in questa prospettiva? È pensabile, e in quali termini, una nuova partecipazione direttamente legata alle scelte di “altra” economia?

Queste, e tante altre, saranno le domande che apriranno le occasioni di incontro e costituiranno il filo conduttore delle riflessioni. La formula scelta è quella del laboratorio teorico-pratico di riflessione che mette al centro le esperienze e a partire da alcuni presupposti interpretativi di fondo ricerca una sistematizzazione delle esperienze medesime, per verificare la possibilità di individuare un nuovo modo di intendere l’economico.

Giovedì 30 aprile, a partire dalle ore 10.00, “Quale partecipazione per l’AltrEconomia”. Intervengono Giuseppe De Santis (DES Brianza), Andrea Tronchin(El Sélese), Marco Boschini (Comuni Virtuosi). Modera Mimmi Spurio, considerazioni conclusive Alessio Surian. L’incontro si svolge presso il Dipartimento di Scienze del Servizio Sociale a Verona, in Via Filippini 18.

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LA NOSTRA CAMPAGNA
“Porta la sporta!”, per la messa al bando delle borse di plastica
http://www.portalasporta.it

INDIRIZZI UTILI
Associazione Comuni Virtuosi
P.zza Matteotti, 17 – 60030 Monsano (AN)
info@comunivirtuosi.org
http://www.comunivirtuosi.org
Tel. 3346535965

27 Aprile 2009

“Viaggio nell’Italia dei Comuni a 5 Stelle” e presentazione del libro “L’Anticasta”

COMUNICATO STAMPA:
GIOVANNA GIUGNI PER IL COORDINAMENTO DONNE ITALIA DEI VALORI PRESENTA I COMUNI VIRTUOSI IN ANTEPRIMA A TRENTO

Tante good news nell’anteprima nazionale del documentario
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“Viaggio nell’Italia dei Comuni a 5 Stelle” e presentazione del libro “L’Anticasta”

Giovanna Giugni,consigliere comunale uscente di Trento per Italia dei Valori, con il Coordinamento Nazionale delle Donne di Italia dei Valori, ha organizzato, per giovedì 30 aprile 2009 alle ore 20,30, presso la Sala 3 del Centro Servizi Santa Chiara di Trento, una serata pubblica con la proiezione, in prima nazionale,del documentario “Viaggio nell’Italia dei Comuni a 5 Stelle”, un appassionante Centro Servizi Santa Chiara di Trento, alla scoperta di persone e progetti che se non fossero veri sembrerebbero incredibili. Un esempio concreto che un altro modo di fare politica è possibile, praticabile e soprattutto già attuato e attuabile.

Le esperienze realizzate in giro per l’Italia da centinaia di amministratori locali sono l’oggetto principale del video che, oltre a valorizzare scelte e comportamenti virtuosi, indica le istruzioni per l’uso per replicare l’esperienza nel proprio territorio. Il documentario è la dimostrazione che intervenire a favore dell’ambiente non solo è possibile e necessario, ma anche economicamente conveniente.

Già dal 2007, l’associazione nazionale Comuni Virtuosi organizza il premio “Comuni a 5 Stelle” per valorizzare, sensibilizzare e coinvolgere il più alto numero di persone e amministrazioni possibili e far sì che la politica sia un momento di condivisione pubblica e migliori veramente le nostre vite, dei nostri figli, dei nostri vicini.

Il documentario verrà presentato da Michele Dotti, scrittore, educatore e formatore del C.R.E.S (Centro Ricerca Educazione allo Sviluppo)e da Marco Boschini, autori del libro “L’Anticasta. L’Italia che funziona”..

L’incontro-presentazione è aperto a tutti, amministratori sicuramente, ma anche e soprattutto i cittadini, gli operatori sociali e culturali, le associazioni di volontariato. E poi i giovani, gli studenti e i ragazzi che hanno in mano il futuro di tutti noi e che devono poter conoscere un altro modo di fare politica, sana e sobria.

Il Coordinamento Nazionale delle Donne di Italia dei Valori, con Giovanna Giugni, condivide appieno questo pensiero positivo e alternativo e dunque l’appuntamento di venerdì 30 aprile è solo il primo degli incontri che il gruppo vuole organizzare nel Comune: solo cittadini competenti e consapevoli del proprio territorio, degli spazi sociali e dello stare insieme di qualità possono contribuire a rendere la proprie case, il proprio quartiere, il proprio paese veramente a “5 Stelle”. dimostrando nel concreto che un’altra politica è possibile.

5 Aprile 2009

Gestione dei rifiuti in Europa

Alcuni dati riassunti sulla “Raccolta differenziata dei rifiuti e loro smaltimento nei vari paesi europei”

Gestione dei rifiuti in Europa – 2001

Nazione    Riciclo    Incenerimento    Discarica    Altro
Austria           60%           10%                           30%    1%
Belgio             35%           34%                           27%    4%
Francia           25%            32%                          43%    0%
Germania      42%           22%                           25%    11%
Italia               17%             9%                            67%     8%
Paesi Bassi    45%           33%                            8%     14%
Regno Unito 12%            7%                            80%      0%

La combustione dei rifiuti non è di per sé contrapposta o alternativa alla pratica della raccolta differenziata finalizzata al riciclo, ma dovrebbe essere solo un eventuale anello finale della catena di smaltimento. Inoltre è ovvio che, se un inceneritore viene dimensionato per bruciare un certo quantitativo di rifiuti, dovrà essere alimentato per forza con quel quantitativo, impedendo di fatto la riduzione dei rifiuti e l’aumento ulteriore della raccolta differenziata.
Per ragioni tecnico-economiche la tendenza è oggi quella di realizzare inceneritori sempre più grandi, con la conseguenza di alimentare il “turismo dei rifiuti” (cioè il trasporto di rifiuti anche da altre province se non da altre nazioni) con il conseguente inquinamento. In Italia questo fenomeno è stato accentuato dai forti incentivi statali che hanno favorito l’incenerimento a scapito di altre modalità di smaltimento più rispettose dell’ambiente.
In Italia si sono inceneriti nel 2004 circa 3,5 milioni di t/anno su un totale di circa 32 milioni di tonnellate di RSU totale prodotto, cioè circa il 12% (per un confronto con altri paesi europei si veda Inceneritore); tale pratica specie al Nord è in aumento, e in Lombardia ad esempio raggiunge il 34%. Ciò che balza all’occhio è il grande ricorso allo smaltimento in discarica, che è in diminuzione (dal 2001 al 2004, al Nord -21%, al Sud -4% e al Centro -3%)  ma che interessa attualmente in tutto circa il 56,9% dei rifiuti urbani prodotti (45% al Nord, 69,5% al Centro, 73,2% al Sud; si stima che sul totale nazionale il 76% sia rifiuto da raccolta indifferenziata e il 24% siano residui dai diversi processi di trattamento: biostabilizzazione, CDR, incenerimento, residui da selezione delle R.D.), con conseguenze ambientali che si vanno aggravando soprattutto nel Sud, dove i pochi impianti di trattamento finale sono ormai saturi e la raccolta differenziata stenta a decollare: gli inceneritori sarebbero perciò, secondo alcuni, da aumentare (soprattutto al Sud). Tuttavia, se si considera che nei comuni più virtuosi la raccolta differenziata supera già adesso l’80%, si deduce che persino al Nord essa è ancora molto meno sviluppata di quanto potrebbe e che in alcune aree del Nord gli impianti di incenerimento sarebbero perfino sovradimensionati. Pertanto, il timore di alcuni è che non si potrà sviluppare appieno la raccolta differenziata e il riciclo per consentire agli inceneritori di funzionare senza lavorare in perdita, oppure si dovranno importare rifiuti da altre regioni.
Una considerazione importante è infatti che gli investimenti necessari per realizzare i termovalorizzatori sono molto elevati (il costo di un impianto in grado di trattare 421.000 t/anno di rifiuti è valutabile in circa 375 milioni di euro, cioè circa 850-900 € per tonnellata di capacità trattatabile), e il loro ammortamento richiede, tenendo anche conto del significativo recupero energetico, circa 20 anni; perciò costruire un impianto significa avere l’«obbligo» (sancito da veri e propri contratti) di incenerire una certa quantità minima di rifiuti per un tempo piuttosto lungo.

È emblematico a questo proposito il caso dell’inceneritore costruito  dall’Amsa a Milano, Silla 2: inizialmente aveva avuto l’autorizzazione per bruciare 900 t/giorno di rifiuti, poi si è passati a 1250 e infine a 1450t/g. Se si guarda alla gestione dei rifiuti a Milano, ci si accorge che la raccolta differenziata raggiunge il 30% circa (dato sostanzialmente invariato da anni), e gran parte del rimanente viene incenerito da Silla 2. Se si considera che la media di riciclo della provincia di Milano è, escludendo il capoluogo, del 51,26% in costante miglioramento, e in particolare del 59,24% per i comuni con meno di
5 000 abitanti e del 55% per quelli fra i 5 e i 30 000, e che a Milano la raccolta dei rifiuti organici non è mai andata oltre la sperimentazione in piccole aree della città, nonostante il più che collaudato sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta e la notevole sensibilizzazione della popolazione, che permetterebbero sicuramente di fare molto di più, è normale che sorga il sospetto che non si punti sulla raccolta differenziata proprio per alimentare Silla 2 e ripagare l’investimento.
È interessante confrontare i costi dello smaltimento dei rifiuti di una città come Milano che fa ampio ricorso all’incenerimento con quelli di città che puntano sulla differenziata: a Milano nel 2005 si sono spesi 135,42 €/abitante contro una media provinciale di 110,16 e contro gli 83,67 di Aicurzio, paese più virtuoso di Lombardia nel 2005 col 70,52% di raccolta differenziata. Il sindaco di Novara inoltre nel 2007 ha dichiarato che portando in due anni la raccolta differenziata nella città dal 35 al 68% si sono risparmiati due milioni di euro, mentre ad esempio il sindaco di Torino per sostenere la necessità dell’inceneritore del Gerbido ha dichiarato che «in qualsiasi centro urbano superare il 50% è un miracolo, perché la gestione di questo tipo di raccolta ha dei costi non sostenibili per i cittadini»; eppure a San Francisco è oltre il 50% già dal 2001

5 Aprile 2009

Riciclaggio dei rifiuti

Il riciclaggio comprende tutte le strategie organizzative e tecnologiche per riutilizzare come materie prime materiali di scarto altrimenti destinati allo smaltimento in discarica o distruttivo.
In Italia, il tasso di raccolta differenziata sta gradualmente crescendo (è oggi intorno al 22,7% per merito, soprattutto, delle regioni del Nord, dove supera il 35%), ma è ancora inferiore alle potenzialità. Soluzioni particolarmente efficienti come la raccolta differenziata porta a porta, ove adottate, permettono di incrementare notevolmente la percentuale di rifiuti riciclati.
A titolo di confronto, si consideri che in Germania il tasso di raccolta differenziata raggiungeva nel 2004 ben il 56% a livello nazionale.
Numerosi sono i materiali che possono essere riciclati: metalli, carta, vetro e plastiche sono alcuni esempi; vi sono tuttavia complessità associate ai materiali cosiddetti “poliaccoppiati” (cioè costituiti da più materiali differenti) come ad esempio flaconi di succhi di frutta o latte, nonché per oggetti complessi (per esempio automobili, elettrodomestici ecc): non sono tuttavia problemi insormontabili e possono essere risolti con tecnologie particolari, in parte già adottate anche in Italia.
Particolare è il caso della plastica, che come noto esiste in molte tipologie differenti e può essere costituita da molti materiali differenti (PET, PVC, polietilene ecc.). Tali diversi materiali vanno gestiti separatamente e quindi separati fra loro: questa maggior complicazione in passato ha reso l’incenerimento economicamente più vantaggioso del riciclo. Oggi tuttavia appositi macchinari possono automaticamente e velocemente separare i diversi tipi di plastica anche se raccolti con un unico cassonetto, pertanto l’adozione di queste tecnologie avanzate permette un vantaggioso riciclo.
Purtroppo in alcuni casi la plastica (in genere quella di qualità inferiore) viene comunque avviata all’incenerimento anche se dal punto di vista energetico e ambientale non è certo la scelta ottimale.

17 Aprile 2009

La crescita passa attraverso le donne

A passeggio sul web ho trovato un articolo sul lavoro femminile che mi è parso molto interessante. Lo riporto esattamente com’era scritto, mi sembra sempre molto attuale:

La crescita passa attraverso le donne

29/04/2008

Per l’Italia l’obiettivo di Lisbona del 60% di occupazione femminile nel 2010 è ancora lontano. Siamo molto al di sotto della media dell’Unione Europea. E il Sud ancora di più.

Donne al lavoro in Italia: ancora troppo poche, pagate meno degli uomini e ostacolate nei percorsi di carriera, per colpa anche di servizi sociali insufficienti. È questo lo stato dell’occupazione femminile in Italia, ancora in coda a quasi tutte le classifiche europee e non, sulle pari opportunità.
Su questi temi si è tenuta a Bologna una giornata di lavoro per confrontarsi sulle soluzioni operative volte a migliorare lo stato dell’occupazione femminile, a partire dal documento “Donne, Innovazione, Crescita”, Nota aggiuntiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri al Rapporto sullo stato di attuazione del programma nazionale di riforma 2006-2008, sulle iniziative per l’occupazione e la qualità del lavoro femminile nel quadro degli obiettivi europei di Lisbona. Al seminario di studio, tenutosi nei giorni scorsi e coordinato da Alessandra Servidori del Collegio Istruttorio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sono intervenuti rappresentanti del mondo economico e sociale, con una particolare attenzione alla componente femminile.
La prof.ssa Melina De Caro, Capo Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha presentato la Nota da cui emerge un quadro poco confortante. L’Italia è ancora lontana dall’obiettivo di raggiungere il 60% di occupazione femminile nel 2010 come previsto dagli accordi di Lisbona. Nel 2006 questo tasso era del 46,3%, molto al di sotto della media dell’Unione Europea del 57,4% e lontano anche dall’obiettivo intermedio del 57% che era previsto per il 2005. È soprattutto al Sud che le donne incontrano maggiori difficoltà: qui il tasso di occupazione femminile è infatti del 31,1%.
Esiste ancora per le donne il “tetto di cristallo” che non consente loro di raggiungere ruoli di responsabilità e quando invece riescono a raggiungere i vertici, guadagnano in media il 26,3% in meno rispetto ai colleghi uomini. In generale il pay gap in Italia è del 23,3%
L’occupazione femminile è considerata una risorsa per l’economia ed è ormai dimostrato che non è più un ostacolo alla natalità: si fanno infatti più figli nei Paesi in cui le donne lavorano di più e in cui si investe maggiormente in politiche di conciliazione e servizi. In Italia resiste invece una cultura di discriminazione che relega le donne a lavori di servizio “femminili”, meno pagati, più precari dove l’avanzamento di carriera è più difficile.
Tra le misure a sostegno dell’occupazione femminile ipotizzate dalla Nota vi sono anche le politiche fiscali sia sul versante delle imprese che assumono personale femminile (riducendo il carico fiscale sulle aziende che assumono donne in aree svantaggiate), sia attraverso riduzioni fiscali sul reddito percepito dalle donne che lavorano, così da incentivarle a restare nel mercato del lavoro.
Alcune cose si sono già fatte e si stanno facendo: disposizioni della scorsa finanziaria prevedono infatti il sostegno all’imprenditoria femminile, stanziamenti per la diffusione della cultura e delle politiche di responsabilità sociale d’impresa, l’introduzione del congedo di maternità e parentale nei casi di adozione e affidamento, lo sviluppo di un piano contro la violenza alle donne, il contenimento degli incarichi, del lavoro flessibile e straordinario nelle pubbliche amministrazioni (favorendo invece il telelavoro e la riorganizzazione dei tempi di lavoro), il miglioramento dei parametri di calcolo della contribuzione figurativa.
È la maternità ancora oggi il primo problema per le lavoratrici che devono conciliare gli impegni familiari con quelli lavorativi in un contesto sociale che ancora non sostiene a sufficienza le famiglie. Ecco quindi che aumentano le dimissioni delle lavoratrici madri e i cambi di mansione al rientro dopo la gravidanza. Oltre ai problemi di conciliazione vi sono quelli legati alle discriminazioni che ancora colpiscono le giovani donne che devono affacciarsi al mondo del lavoro, considerate un potenziale costo per l’azienda perché “a rischio maternità”. Solo una cultura e una società miopi possono considerare la maternità un costo e non un valore, un investimento nell’attuale scenario di deficit demografico che stiamo attraversando e che rende la nostra società vecchia.
Il carico di cura che grava sulle spalle delle donne non riguarda soltanto i figli, ma anche i genitori anziani. Come ha osservato Flavio Delbono, Vice Presidente della Regione Emila-Romagna, nei prossimi anni la popolazione sarà polarizzata sui segmenti demografici con maggiori necessità di cura ed è necessario che la rete di welfare se ne prenda carico. Nella stessa Regione Emilia-Romagna, come spiegato da Paola Cicognani, Responsabile del Servizio Lavoro della Regione, nonostante i tassi di occupazione femminile abbiano ormai superato gli obiettivi di Lisbona, permangono degli squilibri per quanto riguarda la qualità del lavoro femminile, in termini di retribuzioni e stabilità occupazionale.
La scarsa occupazione femminile e la segregazione che coinvolge le donne nel mondo del lavoro rappresentano un danno per l’intera società e per l’economia in generale, perché rappresentano uno spreco di risorse e talenti che non possiamo più permetterci.

PROGETTO DONNA

Un modello organizzativo per metta al centro le persone
Negli ultimi decenni il mercato del lavoro ha subito dei cambiamenti macroscopici, e l’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro è senz’altro uno degli elementi più innovativi. A questi mutamenti sociali ed economici non è però seguito un cambiamento nell’organizzazione del lavoro che è rimasta sostanzialmente invariata, poco attenta alla componente di genere e ai diversi bisogni e motivazioni delle donne. La convinzione che le aziende debbano essere “neutre” per garantire le pari opportunità al proprio interno, in realtà non è altro che una difesa del modello tradizionale che non è affatto neutro, ma risponde ad una cultura maschile.
La gestione delle organizzazioni è uno dei temi su cui si concentra l’impegno e l’attività del Centro Studi Progetto Donna, che opera a Bologna dal 1989 e che oggi è un network attivo su tutto il territorio nazionale, svolgendo attività di ricerca, formazione, consulenza per promuovere le pari opportunità nel mondo del lavoro.
L’idea alla base degli interventi di Progetto Donna è che il modello organizzativo vada rovesciato. Al centro delle organizzazioni devono essere collocate le persone, che sono le vere risorse in grado di generare creatività e innovazione. Il modello organizzativo tradizionale si ispira a procedure rigide da portare a termine senza tenere conto delle necessità e delle specificità di chi deve eseguirle, ossia le donne e gli uomini che lavorano. È necessario quindi passare ad un modello organizzativo che metta al centro le Risorse Umane, identificandone i diversi bisogni e le diverse motivazioni, perché più le persone sono motivate e soddisfatte del loro lavoro, più aumenta la qualità delle loro prestazioni. Si tratta di una strategia d’impresa che lega le Risorse Umane al business (il modello che si vuole diffondere è infatti denominato R.U.B.ess – Risorse Umane Business), con un’ottica particolare al genere e ai bisogni delle donne, che consenta loro di avanzare di carriera, conciliare al meglio la vita professionale e quella lavorativa, e portare all’azienda e all’organizzazione i vantaggi che la diversità di genere e l’impiego dei talenti di tutti possono apportare.
di Donatella Orioli
Consigliera di Parità supplente Regione Emilia–Romagna

21 Aprile 2009

Una mamma che lavora

Una mamma che lavora

21/04/2009 di Brunella | Modifica

Ricevo un post sul mio sito di facebook, che riporto perchè è di una serietà molto attuale

“cara brunella
io, come tante, sono una mamma che lavora, e mi domando
cosa si stia facendo per questa categoria..
sicuramente tanti passi indietro…nessuna miglioria.
I nidi comunali/ statali non coprono gli orari lavorativi che ormai sono sempre piu’ flessibili, coprendo le 12 ore della giornata con turni o simili.
Io ho pagato l’inverosimile per nidi privati, mi conveniva piu’ stare a casa, ma per non perdere il lavoro si fa questo e altro, specie oggi, all’arrivo della seconda bimba ho dovuto chiedere un part-time (che come tu ben saprai, significa, fine speranze di avanzamento nel mondo del lavoro).
Non parliamo di materne, elementari e medie in cui gli orari, non sono per nulla flessibili.
Gli orari di lavoro e le vacanze stabilite dalle scuole prevedono un numero superiore di ore e giorni di ferie rispetto a quello di qualsiasi contratto nazionale…
Insomma si parla tanto di aiuto alle famiglie… che l’italia ha il minor numero di nascite, ma la vogliamo smettere di parlare parlare a vuoto in questo paese…grazie”

26 Aprile 2009

La Violenza di genere su donne e minori…..

Suggerisco un libro da leggere: La Violenza di genere su donne e minori…..

La violenza di genere su donne e minori. Un’introduzione
Autori e curatori: Patrizia Romito
Collana: Politiche e servizi sociali
Argomenti: Infanzia, adolescenza – Donne, politiche di genere – Studi di genere
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 128, 1a ristampa 2007, 2a edizione 2001 (Cod.1130.83)


Presentazione del volume:

Il libro offre un’introduzione alle violenze di genere su donne e bambine/i, alle loro conseguenze e alle misure atte a contrastarle, con una prospettiva internazionale e multidisciplinare: vengono discussi i risultati delle ricerche più recenti e affrontate alcune delle controversie nel campo della violenza.

Il volume è quindi uno strumento di informazione o di aggiornamento per quei professionisti – medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, magistrati, amministratori, operatrici delle Case e dei Centri anti-violenza – che lavorano in contatto con donne e minori che sono o sono stati vittime di violenze. La bibliografia aggiornata e l’attenzione critica ai metodi di ricerca lo rendono particolarmente utile a un pubblico di studenti e studentesse nel campo della salute fisica e psicologica, del lavoro sociale e di comunità. Scritto in uno stile semplice e chiaro, è accessibile a chi, pur non essendo uno specialista, voglia informarsi e riflettere sul tema.

Patrizia Romito è ricercatrice presso la facoltà di Psicologia di Trieste. Insegna Metodologia della ricerca a Psicologia e Psicologia di comunità presso il corso di laurea in Servizio sociale; tiene anche un corso sulla violenza alle donne presso la Scuola di specializzazione in Psicologia del ciclo di vita. Ha fatto ricerca ed insegnato in Europa, Sud America, Stati Uniti e Canada sui temi della salute fisica e mentale delle donne, della maternità e della violenza. Oltre a numerosi articoli, ha pubblicato Lavoro e salute in gravidanza. Come la società si prende cura delle donne incinte (Angeli, 1990) e La depressione dopo il parto (Il Mulino, 1992). Coordina numerosi progetti di ricerca internazionali e collabora ad altri sui temi delle salute e del lavoro delle donne, delle violenze maschili su donne e minori e delle risposte sociali in proposito.

Indice:
La violenza sessuale: le parole per dirla e i metodi per studiarla
La violenza sessuale

(Stupro e aggressioni sessuali; La violenza su bambine e bambini; La reazione sociale alla violenza sessuale; Le leggi sulla violenza sessuale in Italia; Il ruolo della pornografia; La violenza contro le donne sul luogo di lavoro: le molestie sessuali)
La violenza domestica
(Cos’è la violenza domestica; Il coinvolgimento dei figli; Le violenze in gravidanza; Le violenze dopo la separazione; Ma perché non lo lascia? Psicologia femminile e risposta delle istituzioni; La forza delle donne; Gli strumenti legislativi per contrastare i maltrattamenti domestici; Una controversia: le donne sono altrettanto violente dei loro mariti?)
I costi della violenza maschile
(I costi economici e sociali; Le conseguenze della violenza sul benessere delle donne; Il ciclo della violenza; La storia di Maria)
Gli uomini: resistenza e cambiamento
(I programmi per partner violenti; Resistenze e cambiamento; Una nota di ottimismo)
Cosa si sta facendo: misure per contrastare la violenza maschile
(Centri anti-violenza; Case delle donne e Rifugi; Collaborazione tra Case delle donne e diverse agenzie; I progetti di uscita dalla prostituzione; Le iniziative che riguardano le forze dell’ordine).

26 Aprile 2009

Legge contro la violenza di genere

La “legge integrale contro la violenza di genere”, adottata all’unanimità dai deputati spagnoli nel dicembre 2004, e entrata in vigore un mese più tardi, suscita l’invidia delle femministe di tutta Europa. La legge aumenta le pene per lesioni e maltrattamenti da due a cinque anni e garantisce una maggiore protezione e aiuti per le donne vittime di maltrattamenti.

Introduce, e questo è un fatto nuovo in Europa, il diritto al sussidio di disoccupazione nel caso in cui la donna debba licenziarsi in seguito alla situazione di violenza domestica; stabilisce il diritto ad una assistenza sociale integrata che comprende servizi di supporto, emergenza e recupero, compreso il servizio di avvocatura a spese dello Stato. Di rilevante c’è anche la punibilità della minaccia, da sei mesi ad un anno di carcere, insieme alla sospensione – minimo cinque anni – della patria potestà in casi gravi.
Un successo dovuto prima di tutto al movimento femminista spagnolo: “Da quattro o cinque anni, grazie a Internet, le associazioni femministe si sono costituite in rete per coordinare le loro strategie” spiega Montserrat Boix, della piattaforma Mujeres en Red (Donne in Rosso), di Madrid. Le basi della legge attuale sono state gettate da Maria Duran, una figura molto importante in questa battaglia, membro di una rete europea di giuriste. Forte è stata anche l’azione delle giornaliste che si sono servite della complicità dei media riuscendo a fare passare gli uxoricidi dai “fatti di cronaca” alla rubrica “società” ed infine in quella “politica”.

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Conferenza organizzata a Cordoba
Montserrat Boix spiega che quando però Zapatero, appena eletto, ha ricevuto la delegazione delle associazioni femministe e ha aperto la riunione dicendo: “Bene, siamo qui per discutere della futura legge contro la violenza verso le donne…” noi abbiamo rettificato in coro: ” No: contro la violenza di genere!” Gli abbiamo spiegato che l’uso di questo termine è essenziale, che è lo stesso usato dalle istituzioni internazionali…E lo abbiamo convinto». Il voto della legge, il sostegno alle vittime affermato in modo forte e chiaro dal nuovo governo (la cui vice presidente e portavoce, Maria Teresa Fernandez de la Vega, viene dal movimento femminista), possono far sperare in un cambiamento di mentalità in un paese dove, secondo un istituto di ricerca spagnolo, nel 2002 più di due milioni di donne hanno subìto violenza fisica e psicologica da parte dei propri partner, e stando alle fonti del potere giudiziario tra il 2002 e il 2003 131 donne sono state assassinate per mano di un familiare, principalmente il marito, con un aumento del 59% rispetto ai dodici mesi precedenti. Nel 97% dei casi le vittime di abusi non hanno sporto denuncia, soprattutto perché non protette.

I numeri che riguardano questo fenomeno sono in tutta Europa spaventosi. E crescono a mano a mano che cresce il coraggio delle donne.
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La violenza maschile è diversa rispetto al passato, è più feroce perché spesso è subdola. Nelle classi più alte si giunge ad un mobbing che si nutre di ricatti e minacce, spesso di togliere l’affidamento dei figli o di negare il pagamento degli alimenti.

Il fenomeno è crescente anche in Italia dove non esiste una legge che porti un nome specifico, ma ciò non significa che non ci siano strumenti legislativi. Tutto sta nell’interpretazione delle norme, che deve essere fantasiosa e adeguarsi al caso specifico. Spesso però il giudice istruttore è costretto a delegare tutto alla polizia giudiziaria. E i tempi della giustizia sono biblici.

23 Settembre 2009

Libertà di stampa

L’iniziativa di Repubblica.it in collaborazione con il Festival del giornalismo di Perugia
Appuntamento il 3 ottobre per la manifestazione in piazza del Popolo a Roma

“Siamo tutti farabutti” Inviate le vostre foto

“Siamo tutti farabutti perché vogliamo una stampa (e una tv) libera!!!!”. Dieci domande, più una undicesima a sorpresa. E tutti con Repubblica sotto il braccio. Gli organizzatori del Festival del giornalismo di Perugia porteranno nei prossimi giorni in piazza del Popolo a Roma uno striscione con le dieci domande del nostro giornale. La manifestazione era prevista per il 19 settembre ma la tragedia dei militari italiani in Afghanistan ha indotto gli organizzatori a rinviare al 3 ottobre l’appuntamento

Una presa di posizione importante da “dentro” la categoria: il Festival di Perugia ospita ogni anno le migliori firme del mondo, è molto presente sui social network e sperimenta ogni giorno i nuovi linguaggi della comunicazione.

E noi invitiamo i lettori a inviare una loro foto con la scritta “Siamo tutti farabutti” oppure uno scatto mentre mostrano una copia di Repubblica. Le foto devono essere spedite a questo
indirizzo e-mail in formato jpg: risoluzione 800 x 600 pixel. Vanno indicati anche nome, cognome e città. Le immagini verranno pubblicate sul nostro sito. Vi preghiamo di non inviare più volte le stesse immagini per consentirci lo smaltimento veloce delle foto e la loro pubblicazione. Inviate a fotografie@repubblica.it

Per mandare adesioni e commenti potete anche utilizzare la pagina Facebook del Festival Internazionale del giornalismo di Perugia.